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DIO NON C'E', DA VENEZIA A ROMA RIPARLIAMO DI 'PARADISO: FEDE' DI ULRICH SEIDL

Pubblicato il 15/09/2012
DIO NON C'E', DA VENEZIA A ROMA RIPARLIAMO DI 'PARADISO: FEDE' DI ULRICH SEIDL
Una stanza enorme, vuota, solo un immane Crocefisso ligneo alla parete. Di spalle una donna di mezza età completamente nuda si fustiga a sangue con uno staffille, al centro esatto dell'inquadratura.
E' l'immagine severa con cui ha inizio "Paradies: Glaube" ("Paradiso: Fede"), secondo film della trilogia 'paradisiaca' di Ulrich Seidl, di cui ho seguito con un centinaio di spettatori l'anteprima romana; diciamo subito che questo lungometraggio ha conseguito con pieno merito il Gran Premio della Giuria a Venezia 69. Gelido il silenzio del pubblico preparato che ha assistito in atonia -a parte qualche risolino  di commento alle scene più grottesche- alle gesta di Anna Maria (la superba, impenetrabile Maria Hofstatter) e dei suoi comprimari, vacue presenze di contorno al suo straripante fanatismo religioso. Un film formalmente spettacolare, algido e geometrico nelle inquadrature come nel mobilio d'arredo della discreta abitazione nel suburbio viennese ove si svolge la vicenda. Anna Maria è una castigata evangelizzatrice ottusa come poche, che trasla la sua xenofobia attraverso l'opera di conversione degli immigrati che affollano le periferie malsane. Il tutto dopo aver nettato la casa con cura, una pulizia ossessiva tipica del "carattere anale" delineato da Sigmund Freud proprio a Vienna. Salmi, rosari, flagellazioni, contrappuntano la sua giornata fino all'unico punto debole del film: il ritorno a casa, dopo due anni, del marito islamico vittima di un incidente d'auto che l'ha reso disabile e consapevole della sua solitudine. Si apre qui un larvato conflitto religioso familiare, che è anche lotta per affermare le reciproche esigenze, prima assenti tra convinzioni così diverse. Il marito chiede legittima compagnia e contatto fisico, la moglie ha già sposato Cristo ed è insofferente verso l'uomo, considerato un male superfluo ma inevitabile. Un peso da sopportare, non solo fisicamente; è toccante la scena in cui la donna lo lava e lo asciuga scrupolosamente. Dalla parte della donna, c'è solo la sua comunità paleo-cristiana, una sorta di setta dove i fedeli rivendicano l'Austria asburgica e cattolica attraverso una nuova crociata contro il peccatore straniero. E' tale il delirio da annullare le richieste del marito e frustrarlo del tutto, corporalmente e spiritualmente.
Grottesco a tratti, esasperante in alcuni momenti, "Paradiso: Fede"  palesa la sua altissima poesia nelle sequenze -tanto realistiche da sembrare improvvisate- della lotta tra Fede e Ragione, dove il quotidiano sconfina nella filosofia morale -come accadde in "La mia notte con Maud" di Rohmer- con una avvincente dialettica di tesi contrapposte, tra i caratteri emergenti nelle visite a domicilio di Anna Maria; un lavoro improbo che la donna affronta con determinata seriosità. Nell'ultima visita, lo scontro fisico iperrealista con una giovane immigrata russa, pure alcolista, è una sequenza ai confini col thriller: un conflitto tra il Demonio e l'Angelo del Bene. E poi c'è l'estetica ricercata di geometrie perfette, anche negli esterni, come quando la donna si avvede, attonita, di un'orgia in un parco cittadino.
"Blasfemia, bestemmie e offese anticattoliche: ecco a voi 'Paradiso: Fede' !" Così titolava un manifesto distribuito da "Militia Christi" prima della visione del film, ritenendo offensive soprattutto una scena di autoerotismo accennata con un Crocefisso dalla donna nel letto, e la sequenza in cui il marito musulmano fa scempio di icone e oggetti sacri alle pareti. C'è provocazione, c'è voglia di arrivare ad un estremo, è ovvio; ma a noi non pare così iconoclasta, anzi ci sembra che la lezione di catechismo secondo l'Associazione cattolica militante "Militia Christi" voglia tacciare di anti-cattolicesimo una tesi ideologica di rappresentazione non così chiara, tanto da far accusare il film addirittura di "nazismo autoritario" da altre parti. Come credere che questa rappresentazione del cattolicesimo deviante sia veritiera e rappresentativa della Fede Cristiana? Tra gli adulti non ho notato a fine proiezione, confrontandomi, un pubblico offeso dalla morbosità né dalla presunta religiosità esibita; il film pone in essere tematiche scomode, ma non vi prende parte: le lascia osservare, lascia riflettere. Molto più blasfemo potrebbe essere considerato "Lourdes", altrettanto freddo e asettico nell'esporre gli ambienti o i prelati. In "Paradiso: Fede", film laico ma mai laicista, c'è il richiamo sublime a "Dies Irae" o ad "Ordet" di Dreyer, severissimi nella scarna prosa danese, pervasivi della spiritualità spettatoriale. Qui invece Dio non c'è -parafrasando una celebre canzone di Masini!-, è un pretesto narrativo, non interessa terrorizzare o santificare i credenti. Non è un film sulla Religione.
Già il primo film della trilogia, "Paradiso: Amore" di Seidl aveva mostrato le cifre stilistiche dell'autore, nel crudele abbandono della sobrietà fino all'assoluto godimento orgiastico delle turiste sessuali tedesche in cerca d'avventure su spiagge africane; in "Paradiso: Fede" la sobrietà diviene essenziale, nel ridurre luoghi e personaggi a registri diversi dell'Inquietudine. La quale rivela, come sovente accade, le contraddizioni dell'Anima umana.