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Luca Svizzeretto
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UN CAVALLO CHIAMATO BOJACK

Pubblicato il 18/06/2017
UN CAVALLO CHIAMATO BOJACK DAL NOSTRO CORRISPONDENTE A LOS ANGELES

Con l’avvicinarsi delle nomination agli Emmy, ogni serie televisiva fa di tutto per assicurarsi un posto al sole con innumerevoli proiezioni, incontri e party a seguire. Dopo tanti anni di egemonia da parte della rete via cavo HBO, questo sembra davvero essere l’anno di Netflix. Non solo hanno cambiato il modo di guardare la tv, mettendo a disposizione una serie per intero anziché un episodio alla settimana, ma stanno rivoluzionando anche il modo di fare campagna pubblicitaria. Per poco più di un mese Netflix ha affittato uno spazio nel cuore di Beverly Hills, riempiendolo di memorabilia tratto dai telefilm di loro produzione, creando un luna park della tv e offrendo quasi giornalmente un incontro con il cast, preceduto e seguito dal ricevimento. Tra le più belle produzioni in circolazione c’è la serie animata Bojack Horseman. Per chi ancora non sapesse di cosa si tratta, la serie ha per protagonista un cavallo parlante attore diventato una megastar negli anni ‘90 grazie ad una sitcom di successo, finito nel dimenticatoio e che ora cerca disperatamente di risollevare le sorti della propria carriera. È una satira hollywoodiana che alterna commedia e dramma, affronta temi importanti quali tossicodipendenza, depressione, vita e morte in un universo nel quale esseri umani e animali antropomorfi interagiscono tra di loro. Con già tre stagioni alle spalle, la tanto attesa quarta dovrebbe essere disponibile quest’estate.
L’ideatore Raphael Bob-Waksberg rivela: “L’idea è sempre stata quella di partire con qualcosa di buffo e leggero, portando la gente a credere che fosse l’ennesimo show animato, ma al tempo stesso infilandoci qualcosa di più serio. Una commedia ambiziosa che lentamente diventa più profonda e malinconica”. A dare la voce al protagonista nella versione originale c’è Will Arnett; lui stesso ad ogni episodio chiamato a bilanciare l’umorismo con il dramma interiore che devasta il personaggio: “È la mia voce, ma si tratta di una collaborazione tra me e Raphael. Durante le registrazioni spesso siamo solo io e lui, è lui a darmi le battute degli altri personaggi. Per me è un privilegio perché nessuno li conosce nel profondo quanto lui”. Gli fa eco Bob-Waksberg: “L’episodio ambientato al ristorante Elefante nella terza stagione è stata una delle poche volte che abbiamo registrato Will e Amy [Sedaris] insieme. La scena prevedeva solo Bojack e Princess Carolyn, Amy era al telefono con vivavoce da New York e hanno recitato come a teatro, reagendo in tempo reale l’uno con l’altro”.

Non è difficile riconoscersi nei personaggi, e se il protagonista sembra essere in costante lotta interiore con sé stesso, agli opposti c’è Mr. Peanutbutter, un Labrador giallo sempre allegro e contento che non si fa mai scoraggiare dalle avversità della vita. “Si, ma anche Mr. Peanutbutter ha i suoi momenti alla Bojack,” dice il suo creatore. “In realtà penso che nessuno sia l’uno o l’altro, credo che ci sia un po’ di entrambi in tutti noi. Tutti vorremmo essere un po’ più Mr. Peanutbutter e, in certe istanze, un po’ più Bojack, ma temiamo di essere visti solo come l’uno o l’altro. In questa nuova stagione il carattere di Mr. Peanutbutter potrebbe mostrare un lato nascosto”. La serie è disegnata dalla fumettista Lisa Hanawalt, amica e collaboratrice di Bob-Waksberg sin dai tempi della scuola; infatti l’idea iniziale originò proprio dai disegni della donna. “Tutta la parte visiva è frutto esclusivamente della sua mente”.

Il giusto bilanciamento tra commedia e dramma non sempre viene trovato durante la scrittura, in fase di incisione una battuta viene registrata più volte con toni diversi per poi decidere in sala montaggio quale sia quello più adatto. “Il segreto del successo sta nella sua stessa natura, l’avere un piede in due scarpe. Da un lato questo pazzo mondo a cartoni animati; come Homer Simpson, sarà sempre un combinaguai ma lo adoriamo lo stesso, dall’altro, nel nostro caso, mostrare le conseguenze delle proprie azioni. La nostra filosofia non è quella di rendere i personaggi simpatici in quanto gradevoli, ma in quanto vulnerabili. Certo è un cartone animato, ma, a dispetto di tutto, ne percepisci la sofferenza”.