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Luca Svizzeretto
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INTERVISTA AD OLIVER STONE - ''OGNI MIO FILM E' STATA UNA GUERRA''

Pubblicato il 27/09/2012
INTERVISTA AD OLIVER STONE - ''OGNI MIO FILM E' STATA UNA GUERRA''
Puoi pensarla come lui oppure puoi pensare che tutto quello che dice è falso e sbagliato, insomma puoi amarlo oppure odiarlo, ma quel che è certo è che nessuno può restare indifferente davanti al carisma di Oliver Stone. Il suo modo di parlare schietto e sincero, senza peli sulla lingua, i suoi movimenti decisi e i suoi occhi profondi, che ti fissano e ti scrutano fin nel profondo della tua anima. Occhi che di cose ne devono aver viste davvero tante, occhi di chi ha vissuto la guerra del Vietnam in prima linea e poi rientrato a casa ha deciso di dedicare la sua vita al pensiero liberale. Quello più estremo e affascinante, forse non sempre condivisibile. 
Oliver Stone è un uomo contro. Contro le convenzioni del suo paese, contro il suo governo, contro il suo passato e in parte contro se stesso. Già perché il sostenere le sue idee non deve avergli reso la vita semplice, questo è certo.
Incontriamo il cineasta americano in un grigio pomeriggio romano, in occasione della presentazione stampa del suo film 'Savages' ('Le Belve' titolo italiano) e con lui sono in città John Travolta e Salma Hayek. Ma ne il leggendario attore, ne la bellissima attrice messicana riescono lontanamente a tenere il passo con quanto Stone ci racconta. La sua intervista riguardo al film è un pretesto per parlare di argomenti ben più complessi ed interessanti e il suo modo di farlo ricorda un uragano che si scaglia contro qualche spiaggia esotica. Le sue parole sono devastanti e non possono con lasciare il segno. Nel bene e nel male.
In 'Le Belve' il tema fondamentale è la droga. La lotta alla droga in Messico. I protagonisti sono dei coltivatori di marijuana californiani che verranno minacciati da un cartello messicano e sono dei personaggi positivi per cui lo spettatore parteggia incondizionatamente. Così Stone comincia a spiegare il significato di ciò “In California è lecito vendere la marijuana. Nel mio film c'è un personaggio di religione buddista che la vende per fare del bene al prossimo. Eppure quello che fa causa guai. Di chi è la colpa di una cosa simile? Del governo che ne vieta la vendita. La colpa è del proibizionismo. Questo vi dimostra la trasformazione che bisogna vivere per stare a questo terribile mondo. La marijuana non ha mai fatto male a nessuno, fa del bene semmai. Nessuno è mai morto di overdose da marijuana. Io proprio non capisco la guerra a questa droga e sono assolutamente contrario”.
Un pensiero questo che affonda le sue radici negli anni '60. Periodo storico molto importante per la vita del regista “Non c'è nulla di male negli anni '60. Era un fenomeno mondiale con rivoluzioni in tutto il mondo. Io non ho vissuto quel sogno, io all'epoca ero in Vietnam. Magari ci fosse stata una continuazione degli anni '60. Nei miei film cerco di far rivivere quello spirito. I media hanno distorto la visione degli anni '60, tante cose meravigliose sono invece emerse da quel periodo. Diritti civili migliori per le donne e per la gente di colore. E' stata un'era progressista eccezionale. La vita politica americana negli anni successivi si è invece spostata a destra e i media continuano a distorcere la visione di quell'epoca. Libertà ci vuole, come la libertà per l'uso della marijuana che sotto controllo medico può solo far bene e magari far aprire la dannata mente dell'uomo e può aiutarlo a ragionare meglio!”.
Quella di Stone è una presa di posizione forte in favore della liberalizzazione e se a fare certe dichiarazioni fosse un regista italiano di certo se ne parlerebbe per anni. Ma nonostante ciò il cineasta non si accontenta e incalzato dalle nostre domande calca ancor più il pede sull'accelleratore “La marijuana non è una droga è una pianta. Cresce in tutto il mondo purché ci sia un clima mite. E' una pianta legale in molti stati dell'America. Nelle farmacie viene venduta per aiutare le persone malate, che soffrono e che hanno bisogno d'aiuto. Pensare quindi che i cartelli della droga spargano sangue per il mercato della marijuana è terribile. Qualcuno è interessato a questa guerra alla droga e sposta denaro grazie a questo. Sto parlando di una guerra estremamente politica. E' come ai tempi del proibizionismo, quando la guerra all'alcol finì per creare la mafia”.
A questo punto proviamo a prendere Stone sul personale e gli chiadiamo quanto queste sue idee politicamente scorrette, come si dice in questi casi in Italia, gli abbiano creato problemi professionali e privati. Ci guarda sempre con quegli occhi intensi, sorride tra il sarcastico e l'amaro e ci risponde con calma “Mio padre mi ha spinto nella giusta direzione. Mi ha detto di non dire mai la verità perché crea problemi. E questo è vero. Ma continuo a fare film e documentari nonostante le mie idee siano scomode a molti. Negli anni con la vita ho capito molto e sto cercando di condividere queste mi idee con il mio pubblico, con i documentari, con le idee. Sto completando 'La storia mai raccontata degli Stati Uniti' ed è un progetto molto difficile fatto insieme a degli storici. Inizia ai tempi della seconda guerra mondiale e arriva fino ad oggi. Si parlerà anche di presidenziali e di Obama. Per me se tornerà Romney torneremo ai tempi di Bush, se resterà Obama forse ci sarà ancora una speranza di cambiare le cose. Questo documentario di 10 ore lo considero il culmine della mia carriera e sono certo che sarà accolto molto bene. Dimostra come gli Usa abbiano tradito la loro essenza fingendo di portare sicurezza ma non portando sicurezza a nessuno anzi incutendo terrore. Io non credo che gli americani sappiano davvero la storia del nostro paese. Per questo ho iniziato questo lavoro. Sicuramente verrà frainteso ma ne è valsa la pena. Ora posso chiudere la mia carriera. E sappiate che il termine politicamente scorretto mi piace molto”.
Già questo bastarebbe per appagare la nostra soddisfazione giornalista. Una chiacchierata così con un uomo del genere non ti capita tutti i giorni. Eppure, come nei migliori film, il meglio è racchiuso in un finale a sorpresa. Infatti quando gli chiediamo di dirci qualcosa di più specifico su 'Le Belve', magari riguardo la lavorazione e la genesi del film, lui non solo ci da una piccola lezione di cinema ma si lascia andare ad un piccolo sfogo, che lascia emergere il suo lato più intimo, non così forte, ci verebbe da dire, anche se sembra impossibile, sensibile “La preparazione di una pellicola è molto incerta. Si tratta di un territorio inesplorato. Se si riesce ad affrontare l'incertezza tutto va bene. Per molti è davvero complicato questo passaggio. Egoismo, limiti di tempo e denaro, mettere insieme un grande numero di persone. Insomma è davvero difficile mettere insieme tutto questo e ci vuole un miracolo per non compiere errori. E' un'esperienza che si vive veramente. Quindi si gira, poi si passa al montaggio ed infine va considerata anche la fase di distribuzione del film. Il montaggio è un passaggio fondamentale, quasi una seconda scrittura della sceneggiatura. Io in alcuni film ho spostato scene dall'inizio alla fine del film e viceversa. Ti trovi anche davanti a problemi che pensavi di aver risolto e poi quello prima ti sembrava buono a forza di vederlo non ti sembra più cosi buono. Devi quindi essere simultaneamente rigido e flessibile nei confronti del tuo lavoro. Ricordando che se sbagli non c'è la rete di sicurezza. Quando si sbaglia non c'è via d'uscita, si sbaglia. Dopo 19 film non rifarei le stesse scelte che ho fatto con leggerezza. Mi ricorderei di quanto dolore c'è stato nel lavoro. Per me ogni film è stata, in un certo senso, una guerra”.
L'intervista termina così. Lui gentile si ferma a chiacchierare e poi prima di uscire dalla stanza ci si avvicina e sorridento ammicca "Com'è che hai detto prima? Politicamente scorretto? Si. Si. Mi piace proprio". Ci stringe la mano e torna alle sue 'guerre'.